Mentre celebriamo la XXVII Domenica del Tempo Ordinario, il nostro cuore si volge oggi ad Assisi, la città del Poverello Francesco. Ottocento anni fa, il Santo lasciava al mondo un’eredità umana e spirituale capace di andare ben oltre i confini del suo Ordine.
La figura di Francesco ci aiuta a comprendere meglio il tono della Liturgia di questa domenica. Ogniqualvolta un uomo si mette nelle mani di Dio, disposto a un cammino di conversione sincera, e sceglie la piccolezza, la povertà e la semplicità, scopre di essere un “figlio diletto”. Diventa così come una vigna fertile, capace di rallegrare il cuore di Dio e di portare i frutti del Regno all’umanità. «Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle» (cfr. Is 5,1-7).
Non sembra forzato pensare che la piccola Assisi sia diventata proprio quel colle fertile, capace di attrarre da tutto il mondo coloro che desiderano custodire un po’ di pace, di silenzio e di interiorità, o forse ritrovare la fede e la speranza. Francesco, tutt’ora, ha molto da raccontare sulla misericordia di Dio, il Quale non si stanca mai di sperare nell’essere umano, capolavoro di tutta la sua creazione.
La seconda lettura indica le caratteristiche e le modalità per raggiungere quella maturità umana e cristiana necessaria a una retta convivenza sociale, secondo lo stile lasciato da Cristo alla sua Chiesa:
«Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!» (Fil 4,6-9).
La pace, quindi, è Cristo nei nostri cuori: Lui è l'inviato dal Padre per riportare a casa i figli dispersi e restituirle l’intera creazione, redenta dal Suo sangue. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Sarebbe stata tragica la Storia se tutto fosse finito qui. Ma Dio aveva riservato alla Storia la svolta determinante per tutta l’Umanità: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (cfr. Mt 21,33-43).
Il Vangelo quindi, nel dramma del rifiuto del Figlio da parte dei malvagi contadini che lo cacciarono e uccisero per usurparne l'eredità, interpella la storia umana e la nostra responsabilità di nuovo popolo di Dio chiamato a portarne i frutti (cfr. Mt 21,33-43).
Che San Francesco interceda per noi, perché possiamo lavorare nella vigna del Signore con gioia e libertà, con gratitudine e responsabilità, corrispondendo al grande amore con il quale siamo amati e rigenerati.
Suor Maria Aparecida
**************************************************
Solennità di San Francesco di Assisi - omelia di don Franco Bartolino
Come ci è stato ricordato, in ogni parte del mondo quest’oggi, solennità del serafico Francesco, si celebra la giornata conclusiva di preghiera per proteggere la nostra casa comune e il tema di quest’anno è stato "Acqua Viva". Di fronte a Gesù crocifisso risuonano anche per noi questa mattina le sue parole: «Ho sete» (Gv 19,28). La sete, ancor più della fame, è il bisogno estremo dell’essere umano, ma ne rappresenta anche l’estrema miseria. Contempliamo così il mistero del Dio Altissimo, divenuto, per misericordia, misero fra gli uomini.
Di che cosa ha sete il Signore? Certo di acqua, elemento essenziale per la vita. Ma soprattutto di amore, elemento non meno essenziale per vivere. Ha sete di donarci l’acqua viva del suo amore, ma anche di ricevere il nostro amore. Anche il profeta Geremia ha espresso il compiacimento di Dio per il nostro amore: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento» (Ger 2,2). Ma ha dato anche voce alla sofferenza divina, quando l’uomo, ingrato, ha abbandonato l’amore, quando - sembra dire anche oggi il Signore - «ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13).
È il dramma del “cuore inaridito”, dell’amore non ricambiato, un dramma che si rinnova nel Vangelo, quando alla sete di Gesù l’uomo risponde con l’aceto, che è vino andato a male. Come, profeticamente, lamentava il salmista: «Quando avevo sete mi hanno dato aceto» (Sal 69,22). “L’Amore non è amato”: secondo alcuni racconti era questa la realtà che turbava Francesco. Egli, per amore del Signore sofferente, non si vergognava di piangere e lamentarsi a voce alta (cfr Fonti Francescane, n. 1413). Questa stessa realtà ci deve stare a cuore contemplando il Dio crocifisso, assetato di amore. Santa Teresa di Calcutta volle che nelle cappelle di ogni sua comunità, vicino al Crocifisso, fosse scritto “Ho sete”. Estinguere la sete d’amore di Gesù sulla croce mediante il servizio ai più poveri tra i poveri è stata la sua risposta. Il Signore è infatti dissetato dal nostro amore compassionevole, è consolato quando, in nome suo, ci chiniamo sulle miserie altrui.
Nel giudizio chiamerà “benedetti” quanti hanno dato da bere a chi aveva sete, quanti hanno offerto amore concreto a chi era nel bisogno: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Le parole di Gesù ci interpellano, domandano accoglienza nel cuore e risposta con la vita. Nel suo “Ho sete” possiamo sentire la voce dei sofferenti, il grido nascosto dei piccoli innocenti palestinesi cui è stata preclusa la luce di questo mondo, l’accorata supplica dei poveri e dei più bisognosi di pace. Implorano pace le vittime delle guerre, che inquinano i popoli di odio e la Terra di armi; implorano pace i nostri fratelli e sorelle che vivono sotto la minaccia dei bombardamenti e sono costretti a lasciare casa e a migrare verso l’ignoto, spogliati di ogni cosa.
Tutti costoro sono fratelli e sorelle del Crocifisso, piccoli del suo Regno, membra ferite e riarse della sua carne. Hanno sete. Ma a loro viene spesso dato, come a Gesù, l’aceto amaro del rifiuto. Chi li ascolta? Chi si preoccupa di rispondere loro? Essi incontrano troppe volte il silenzio assordante dell’indifferenza, l’egoismo di chi è infastidito, la freddezza di chi spegne il loro grido di aiuto con la facilità con cui cambia un canale in televisione. Di fronte a Cristo crocifisso, «potenza e sapienza di Dio» (1 Cor 1,24), noi cristiani siamo chiamati a contemplare il mistero dell’Amore non amato e a riversare misericordia sul mondo. Sulla croce, albero di vita, il male è stato trasformato in bene; anche noi, discepoli del Crocifisso, siamo chiamati a essere “alberi di vita”, che assorbono l’inquinamento dell’indifferenza e restituiscono al mondo l’ossigeno dell’amore. Dal fianco di Cristo in croce uscì acqua, simbolo dello Spirito che dà la vita (cf Gv 19,34); così da noi suoi fedeli esca compassione per tutti gli assetati di oggi.
Come Maria presso la croce, ci conceda il Signore di essere uniti a Lui e vicini a chi soffre. Accostandoci a quanti oggi vivono da crocifissi e attingendo la forza di amare dal Crocifisso Risorto, cresceranno ancora di più l’armonia e la comunione tra noi. «Egli infatti è la nostra pace» (Ef 2,14), Egli che è venuto ad annunciare la pace ai vicini e ai lontani (cf Ef 2,17). Ci custodisca tutti nell’amore e ci raccolga nell’unità, perché diventiamo quello che Lui desidera: «una sola cosa» (Gv 17,21). Francesco ci conceda pace!
Don Franco Bartolino
Informativa sulla privacy