Il Vangelo di domenica scorsa ci ricordava l’unico comandamento che ci permette di vivere veramente, quello dell’amore. Il Signore chiedeva di amarci, non una cosa gravosa, impossibile, fuori dalla nostra natura e portata. No, ci chiedeva in poche parole di amare per essere felici e, per di più, ce ne dava anche la misura, il modello, lo stile…”Come vi ho amato io”. Quando ce ne dimentichiamo sappiamo chi guardare, sappiamo la via, abbiamo una guida. Oggi il Vangelo di Giovanni (14,23-29) ci fa fare un ulteriore salto. Ci fa comprendere quali sono le conseguenze dell’amore.
“Se uno mi ama osserverà la mia parola”. Osservare è possibile solo se si è nell’amore, solo se c’è un profondo e vero rapporto, “Voi siete miei amici aveva detto Gesù…” l’amicizia rende possibile l’ascolto e l’osservanza, tutto il resto è subire, è mettere in scena l’amore. Ma non sempre la scena corrisponde alla vita.
Amare è costruire una casa a Dio, preparargli una dimora dove lui abita e nutre, alimenta e moltiplica l’amore dentro di noi. È la possibilità di essere fertili sempre, di generare e rigenerare. “E noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Dio ci ama così, prendendo dimora presso di noi, rimanendo. Per chi ama rimane sempre, mette radici, costruisce il proprio futuro in chi e con chi ama. Che responsabilità. Il futuro di Dio sono io, tu, ognuno di noi!
Può sembrare un arduo compito vivere nell’amore, essere la casa di Dio, custodire l’amore, ma Gesù promette colui che vivifica, rigenera, rinfresca la memoria del cuore e dona nuova energia. E allora non c’è motivo di turbamento, di paura “non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”.
Eppure quante volte sembra che l’amore sia perdente nel mondo, che sia oggetto di commercio, che anche i sentimenti siano solo un accessorio nella vita. Le parole del Signore sono qui ancora una volta a darci la forza per non rassegnarci a questa logica.
Il Vangelo di questa 5^ domenica di Pasqua ci riporta nel Cenacolo, la sera di Pasqua. Sera in cui attorno alla tavola, nell’intimità, Gesù consegna ai discepoli il suo testamento spirituale. Tutto ciò che essi dovranno ricordare, custodire, annunciare. “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”…sono le parole che seguono all’esperienza della lavanda dei piedi e la rafforzano, che non lasciano dubbi su come i discepoli dovranno vivere. “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così…” (Mc 10, 42). I discepoli di Gesù sono chiamati a superare quel bisogno essenziale di dominare, di controllare tutto annullando anche lo spazio di libertà dell’altro. Sono chiamati ad amare con gratuità e non semplicemente gratis, a servire accordando fiducia, perchè “chi non serve la vita, non serve per vivere” (papa Francesco). E’ per questo che Gesù ci dà l’amore come comandamento, nel senso che è la legge essenziale della vita, la sola che può assicurarci l’esistenza, che può garantirci la possibilità di vedere terre nuove e cieli nuovi.
Il comandamento antico richiedeva “ama il prossimo come te stesso”, ora la misura è un’altra: “come ama Dio”… E come ama Dio? E’ ancora S. Giovanni a ricordarcelo nella notte di Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da donare suo Figlio” (Gv 3, 8-9). Il Vangelo ci parla di un Dio vulnerabile, che corre il rischio dell’amore, della libertà e che per questo genera vita. “La vulnerabilità buona è quella iscritta in tutte le relazioni umane generative, dove se non metto l’altro nella possibilità di ferirmi, la relazione non raggiunge la profondità per essere feconda” (Luigino bruni). Giuda che esce dal cenacolo, con cui esordisce il Vangelo di oggi, si sottrae all’amore, ferisce la comunione, tradisce la fiducia del Maestro che non oppone resistenza, che risponde con mitezza e cuore grande “quello che devi fare, fallo presto” (Gv 13, 26-28).
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». L’amore
gratuito, oblativo, generativo diventa il segno di riconoscimento dei discepoli di Gesù ed è seme di una nuova umanità liberata dalla schiavitù dell’incentivo e del tornaconto che può ancora sperare di abitare “un cielo nuovo e una terra nuova” Ap 21, 1).
Oggi la liturgia nel Vangelo di Giovanni ci offre poche righe, nelle quali è nascosto l’essenza del nostro rapporto con il Signore. Tutto parte dal senso di appartenenza: “le mie pecore”, dice Gesù; è Lui per primo che ci definisce suoi, ci sente suoi. È la base, il fondamento, l’inizio di ogni relazione tra noi è lui. Anche il primo comandamento inizia con una dichiarazione da parte di Dio: “Io sono il Signore Dio tuo…non avrai altro Dio all’infuori di me”
Tra me e te c’è un legame, c’è familiarità, c’è una scelta di condividere il cammino, solo grazie a tutto questo hanno senso le norme e le regole, l’ascolto reciproco e l’obbedienza affinchè si possa perseverare e rimanere nell’Amore.
L’appartenenza si esplica nell’ascolto, nel riconoscere una voce. Ci sono e ci possono essere tanti pastori, ma noi non apparteniamo a tutti, non seguiamo tutti. Seguiamo solo colui di cui riconosciamo l’unicità della voce, solo colui che ci può chiamare per nome, solo colui per il quale non siamo un numero, una delle tante pecore. Perché solo chi dà la vita è un vero pastore, che non delega nessuno. Si prende cura in prima persona, è disposto a sacrificare non gli altri, non una parte di sé, ma tutto se stesso, perché le pecore abbiano la vita, per sempre.
Questi pochi versetti sono veramente un patto di fedeltà, un promessa d’amore. E la promessa continua a rinnovarsi: sempre presente nell’Eucarestia; sempre vicino ad ognuno prendendosi cura attraverso i Sacramenti; presente nella sua Chiesa che sa leggere “i segni dei tempi”, “accidentata, ferita, sporca per essere uscita per le strade” (Evangelii Gaudium nr. 49), ma con le porte aperte. Gesù continua a mettersi in ricerca dell’uomo lontano che ancora è confuso da mille voci di pastori che rubano la vita e spesso rendono schiavi. “Non c’è né Giudeo né Greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina, perché tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3,28).
Appartenenza, ascolto, conoscenza, sequela: passaggi che si richiamano a vicenda, che non possono esistere se non insieme e che ci proiettano molto lontano, ci aprono le porte dell’eternità. Non siamo erranti e nomadi, ma cercatori – a volte inquieti – di questo Dio innamorato dell’uomo fino alla follia della croce e della resurrezione. L’incontro con il Signore non conosce limiti e confini, né barriere ed è ancora San Giovanni che lo ricorda in un altro versetto “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». (Gv 3, 8-9)
Siamo di nuovo sulla riva del mare dove tutta l’avventura dei discepoli era cominciata, dove le reti erano state abbandonate per fidarsi di un maestro che riservava strane promozioni “ti farò diventare pescatore di uomini”.
Ora però dopo la morte e resurrezione di Gesù, Pietro vuole tornare alla vita di prima “vado a pescare” e gli altri lo seguono. Risulta una pesca fallita, una notte infruttuosa. È difficile riprendere la vita, neanche la pesca riesce più, non hanno nulla da offrire allo sconosciuto che chiede da mangiare. Quello sconosciuto è Gesù che li invita a riprovare, a gettare di nuovo le reti e mai gettare la spugna. Non lo riconoscono, forse, perché nel cuore hanno già abbandonato tutti i sogni che il Signore aveva suscitato in loro, troppo presi dal voler tornare alla vita di prima, dove tutto era così semplice, così scontato, così normale.
E quando la rete è piena si aprono anche gli occhi, Giovanni – che ha il dono di sentirsi amato dal Signore -esclama “è il Signore”. Simon Pietro con la sua irruenza si getta a mare, per la gioia, per lo stupore, non dubita più. Condividere la mensa risulta ancora una volta la carta d’identità di Gesù, lì sono nati come apostoli, lì hanno ricevuto il dono della comunione e della missione, lì Gesù ha dato la vita. Nel mangiare insieme ancora una volta scoprono la certezza della sua presenza, la prova della sua resurrezione.
Si possono anche fare le stesse cose di prima, si può sempre riprendere a pescare, ma niente più sarà come prima, per nessuno. Non si vive a prescindere dalla resurrezione, ma a partire dalla resurrezione. Segue poi il dialogo dell’amore dal quale nasce il compito di chi è amato e ama il Signore. Pietro è chiamato a prendersi cura delle pecore che il Signore li affiderà, una la condizione: amare il più possibile, con l’intensità del proprio cuore, amare il Signore prima e più di tutto il resto.
Ora inizia per Simon Pietro la vita da pescatore di uomini, per le strade del mondo a cercare la pecorella smarrita, a rafforzare quella debole, a fasciare quella ferita, a condurre all’ovile della Chiesa tutti quelli che il Signore vorrà. Tutto questo è possibile perché la Chiesa, le pecore, sono Sue, del Signore. Amare costa, amare è impegnativo, amare è donarsi fino alla fine. Amare vuol dire non essere, a volte, i protagonisti della propria vita: “un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”, perché in definitiva amare è soprattutto affidarsi e rispondere semplicemente, umilmente e costantemente a quel “ seguimi”.
“La sera di quel giorno, il primo della settimana…” (Gv 20, 19): è il giorno della Resurrezione che le donne annunciano sin dall’alba, dopo aver visto il Signore. Ma i discepoli tristi, delusi, intimoriti dai giudei continuano a restare in casa. Sono uomini senza più prospettiva, senza lavoro, senza affetti, né cose. In fondo, per Gesù avevano lasciato tutto e confidato in quel “centuplo” che egli aveva promesso. Ma ora… Non facciamo fatica a immaginarli, così ripiegati su loro stessi, in silenzio…perché sembra che anche le parole diventino inutili e insopportabili in certi casi.
E’ allora che Gesù in persona entra, rompe il silenzio con quell’augurio e saluto “Pace a voi!”. I discepoli hanno bisogno di ritrovare la speranza, di riconciliarsi con loro stessi, con i loro fallimenti, con le loro infedeltà e tradimenti. Gesù per ben due volte ripete “Pace a voi!” e per rafforzare questa esperienza, e perché i discepoli la rinnovino e testimonino, dà lo Spirito Santo. “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. I discepoli di Gesù, che hanno sperimentato nella loro vita la gratuità dell’amore, l’amore non meritato ma donato, sono chiamati a dispensare il perdono, la misericordia a quanti incontreranno. Sì, perdono viene da “iper” e dono, è un super-dono…è il dono del Risorto. E’ il valore aggiunto che il Cristianesimo ha introdotto nella nostra vita. Nessuna vita nuova può iniziare sotto il peso e il ricordo di una colpa, senza scoprirsi amati e benedetti, senza un credito di fiducia che ci sa capaci di una vita diversa, altra.
“Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa…” e Gesù si presenta ancora a porte chiuse per incontrare i discepoli e Tommaso, l’unico che ancora non aveva incontrato da risorto. Per la terza volta rivolge quel saluto di riconciliazione “Pace a voi!”. Anche Tommaso ha bisogno di vedere e toccare le ferite del Risorto – i segni del peccato, del tradimento, dell’incredulità – e scoprirsi perdonato, amato, accolto: “Mio Signore e mio Dio!”.
“Pace a voi!” è il saluto da condividere, da regalarci, di cui tutti abbiamo bisogno. E’ la parola che dà verità e profondità all’annuncio, ma anche alle nostre scelte e al nostro impegno: “Non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia senza perdono” (S. Giovanni Paolo II). Senza lo sguardo di “misericordia che fa fiorire la vita” (dal Messaggio per giornata per la vita 2016).