Il filo conduttore della Parola di Dio che ci viene donata questa domenica è ancora una volta la preghiera.

Dopo averci preparato -domenica scorsa – sulla necessità della preghiera, oggi ci viene esplicitata una sua qualità: l’umiltà. Attraverso il racconto della parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18, 9-14) possiamo leggere due modelli di preghiera. Da un lato il fariseo, pieno di se stesso, che elenca al Signore i suoi pregi giudicando i suoi fratelli, a suo parere mancanti; dall’altro il pubblicano, che sentendosi peccatore lontano da Dio, chiede perdono per la sua poca fede implorando pietà.

E noi da che parte stiamo? Come ci poniamo davanti al Signore? La nostra preghiera è piena del nostro io o in umiltà cerchiamo di lasciare spazio a Dio?

Forse in alcuni momenti ci identifichiamo con l’uno, in altri con l’altro, perché nel nostro cuore abbiamo il desiderio di essere una persona gradita a Dio…Così in alcuni momenti crediamo di essere superiori agli altri; in altri, per grazia, ci rendiamo conto di quanto siamo lontani da Dio Padre… per cui imploriamo pietà. La vera umiltà, che ci fa fare realmente esperienza di preghiera, è quando riconoscendoci nel fariseo facciamo nostra la preghiera del pubblicano. Egli però aspetta, aspetta il momento favorevole per farci fare esperienza della sua misericordia facendoci così conoscere di più noi stessi e di conseguenza conoscere di più Lui.

Allora chiediamo al Signore di allontanare dal nostro cuore la tentazione di ritenerci giusti e migliori dei nostri fratelli e di donarci la capacità di stare davanti a Lui nella verità di ciò che siamo.

suor Assunta Cammarota

In questa ventinovesima domenica del tempo ordinario ci arriva un incessante invito a pregare (Lc 18,1-8). Prima di tutto Gesù ribadisce che la preghiera è una necessità. Fa parte di quei bisogni essenziali e primari per vivere.

Pregare sempre, senza stancarsi mai! Un verbo usato all’infinito con un avverbio che rimanda all’eternità. Dio sa qual è la nostra più grande difficoltà: la stanchezza, ci si stanca di pregare, di essere fedeli, di perseverare nelle scelte e nello stile cristiano. Ci si stanca perché la vita da cristiani sembra non avere ricompense, non vengono riconosciuti meriti, i frutti tardano ad arrivare e quando arrivano spesso non siamo più capaci neanche noi di vederli. Il contrasto dei personaggi della parabola che segue ci aiuta a comprendere tutti i contrasti della vita quotidiana, le nette differenze e le evidenti ingiustizie. La divisione tra i troppo potenti e arroganti e quelli che sono soli e poveri, costretti a volte dalla vita e dalle circostanze a incrociarsi.

Vedova e giudice, due situazioni così lontane: uno che vive senza temere Dio e la vedova che invece ha Dio dalla sua parte, tra i due avviene comunque un incontro. La vedova chiede giustizia, con insistenza, senza arrendersi, ne ha profondamente bisogno, non può rinunciare e rassegnarsi. Il giudice iniquo cede alle richieste, senza convertirsi, senza assumere la situazione, ma solo per la propria tranquillità. La conversione non è data dalle opere di bene che si fanno. Il discorso di Gesù vuole rimandare ad un’altra dimensione; la fede che è autentificata dalla preghiera. Pregare sempre, bussare ogni giorno, insistere in una relazione, non permettere a niente e a nessuno di spezzare il nostro legame con Dio significa avere fede, crescere nella fede, essere fedeli. Ci sarà ancora chi ha la forza della costanza, che non si stancherà di bussare, cercare, chiedere, implorare? Chi sa che ha dalla sua parte Dio che è il difensore degli orfani e delle vedove? È questa la preoccupazione di Gesù, ricordarci che non ci è permesso voltare le spalle al Dio della tenerezza che ascolta, accoglie e, a tempo opportuno, esaudisce. Il segreto per non stancarsi mai è la certezza di avere Dio dalla propria parte che ci farà prontamente giustizia.

Sr Giuliana Imeraj

Nel brano evangelico di oggi, Lc 17,11-19, l’evangelista Luca pone l’attenzione su Gesù che è in cammino verso Gerusalemme. Attraversa la Samaria e la Galilea,  va incontro alla sua Pasqua. Entrando in un villaggio, si sente chiamare ad alta voce, si ferma, si pone in ascolto di una preghiera che gli giunge dal profondo del cuore di dieci lebbrosi: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”.

E’ il grido di chi è segnato dalla malattia e dall’emarginazione, di chi, secondo la Legge,  non ha più diritto  a vivere nella società , di chi è considerato impuro e perciò stesso maledetto da Dio.

E’ il grido di dieci lebbrosi che intravedono nel Maestro Gesù, una persona  disponibile e facilmente raggiungibile, nutrono  nel cuore la certezza che non saranno respinti, percepiscono interiormente che saranno accolti con amore.

Gesù ascolta la loro richiesta e li invia ai sacerdoti, non aggiunge altro. Essi accolgono il mandato e, spinti da una forza sconosciuta, ma operante nel profondo, si rimettono in cammino, si riaccende in essi la speranza “e mentre essi andavano , furono purificati”.

La fede nel Maestro di Nazaret opera in loro la guarigione, restituisce la dignità perduta, consente a questi uomini il ritorno alla quotidianità, la gioia della riacquistata libertà e la loro riammissione  nel contesto sociale.

Solo uno di loro, però, un samaritano, uno straniero, vistosi guarito attribuisce a Gesù il prodigio e si sente fortemente spinto a tornare indietro, rinasce in lui  la gioia e non può contenerla, è una gioia che supera tutte le barriere e corre libera e sincera per rendere grazie a colui che ”non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio…” (Fil 2,6).

Gesù si china sulle nostre necessità, ascolta la nostra preghiera, ci dona ogni giorno la sua Parola e il suo Corpo, affinché da Lui fortificati e guariti, possiamo trasmettere ad altri la gioia della salvezza. Anche noi come il samaritano-lebbroso, siamo chiamati a tornare indietro, a far memoria  degli interventi salvifici di Gesù nella nostra vita, a riconoscerlo presente ed operante nel nostro cammino quotidiano e a ringraziarlo. La sua salvezza ci raggiunge lungo la via e ci ricolma, oltre ogni aspettativa, dei suoi benefici; si prende cura delle nostre  fragilità e ci invita  al suo seguito. E’ la fede che  ci spinge a tornare sempre a Lui, è la fede ricevuta nel giorno del Battesimo che come seme germoglia e cresce, portando frutto nella nostra storia.

Signore Gesù, ti preghiamo di avere pietà di noi, ti supplichiamo di dare forza alla nostra intelligenza, per vivere in profondità l’esperienza della salvezza. Aprici all’incontro con i nostri compagni di cammino, per riconoscere in essi la tua presenza viva ed operante.

sr Annafranca Romano

“Il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2,4). È l’affermazione con cui termina la seconda lettura di questa XXVII domenica del tempo ordinario. La fede…dono di Dio da aumentare e da ravvivare come sottolinea ancora la liturgia. Ma cosa è la fede? La fede non è una cosa, un oggetto. La fede è il nostro incontro personale con il Signore, è credere al suo amore gratuito donato per grazia e non per merito. La fede è dar credito a tutto questo! A volte però questo incontro si affievolisce, perde la sua bellezza per svariati motivi e ci ritroviamo soli a far i conti con noi stessi lontano dal Signore che però sempre ci aspetta.

In questa dimensione di amore gratuito del Signore si comprendono i versetti successivi del Vangelo di Luca: il servizio! Normalmente, ci ricorda il Vangelo, un padrone si lascia servire fino alla fine e poi permette al proprio servo di provvedere a se stesso. Il Signore non fa così con noi. Egli non è venuto per essere servito ma per servire. Non si serve dell’altro, ma serve l’altro mettendosi al suo servizio. Questo è chiesto anche a noi: mettere la nostra vita al servizio degli altri senza aspettare alcuna ricompensa, perché l’amore è gratuito e l’amore gratuito non è un amore di scambio, di commercio. L’amore che si compra o che si paga è un’altra cosa! Così si comprende pure l’espressione “servi inutili” che non significa non valere nulla, ma ci aiuta a capire che siamo IN-UTILI cioè senza utili, senza guadagno. Serviamo per amore non per lucro. Così facciamo tutto quello che dobbiamo fare (amare) e questo ci basta. Ci basta essere suoi servi amati a servizio dei fratelli.

Chiediamo al Signore che aumenti la nostra fede e che ci aiuti a ravvivare questo immenso dono che Egli ci ha elargito.

suor Simona Farace

Quante voci ancora inascoltate. Quanti volti ancora non guardati. Eppure cerchiamo sempre segni, prove, certezze che Dio esiste. I nostri occhi sembrano cercare nel nulla la risposta al desiderio di vita, di eternità. Sembrano del tutto incapaci di vedere, di scorgere, se pur minimamente, i messaggi che Dio ci lascia continuamente in chi muore davanti a noi, in chi è solo, in chi giace per strada derubato della sua dignità, in chi non ha più voce per gridare il suo dolore, in chi non crede più che il bene è possibile… Questi sono i poveri, i messaggeri di Dio, i piccoli, che sono talmente piccoli da passare inosservati davanti ai nostri occhi.

Il motivo che ci deve spingere a fare il bene, non deve essere il timore di una punizione futura, ma semplicemente l’amore, il bene perché è bene, senza aspettarsi né ricompensa né punizione.

Forse piuttosto che chiedere, segni ulteriori dovremmo chiedere capacità di vedere quelli esistenti, cuori capaci di chinarsi di fronte alle ferite dei fratelli, di annientarsi anche, perché  “E’ dando che si riceve, morendo che si risuscita per la vita eterna (S.Francesco)”.

suor Arta Lleshaj