Ma, voi chi dite io sia? …Tutti alla scuola di un maestro esigente—-   

Anche in questa domenica il Vangelo di Marco ci presenta Gesù in viaggio. È con i suoi discepoli ed è il momento giusto per fare una verifica. Sembra che Gesù voglia fare il punto della situazione, capire cosa la gente ha compreso del suo messaggio, della sua presenza. Sappiamo infatti che la sua fama si è diffusa. Per fare questo sondaggio si fa aiutare dai suoi discepoli: “La gente, chi dice che io sia”?

La gente si è fatta un’idea di Gesù, lo identificano con grandi figure: Elia, Giovanni Battista, uno dei profeti. È strano che Gesù non commenti affatto la risposta dei discepoli sul parere della gente, e continua con un’altra domanda: ”Ma, voi chi dite io sia?  Domanda impegnativa come tutte le domande di Gesù, come quando ci chiede chi cerchiamo, come quando ci domanda se vogliamo essere guariti, come quando domanda a Maria al sepolcro “Donna perché piangi?”.  Gesù così ci educa a mettere fuori il meglio di noi, i desideri più veri e profondi, ci coinvolge in prima persona, insegna a diventare responsabili, a non appoggiarci sulle opinioni altrui, sul pensiero della gente e della folla. A questa seconda domanda risponde solo Pietro: “Tu sei il Cristo”. Ed è facile immaginare un pò di silenzio da parte degli altri, silenzio  riempito da timore e disagio… Non è facile dire chi è Gesù e chi è Gesù per me.  Di sicuro una cosa emerge chiara: è un maestro esigente, che non vuole illudere nessuno sulla sua persona, che non ambisce ad avere tanta gente che lo segua, ma discepoli fedeli alla sua scelta di dare la vita.

Gesù dice ai discepoli cosa significa per lui essere un messia, anticipa la lezione del dono che comporta sofferenza, ma loro non sono affatto pronti per questo discorso.  Pietro è pronto invece a suggerire altre soluzioni, scorciatoie…perché poi soffrire? Gesù lo invita a prendere il suo posto di discepolo, ancora ha tanto da capire. Sta con Dio Pietro, con il Messia che aveva appena riconosciuto e confessato, ma pensa ancora troppo come gli uomini, c’è bisogno di altro cammino, un cammino dietro a Gesù  per vedere il maestro come fa.  Bisogna perdere la propria vita, rinnegare se stessi, seguirlo.

È chiaro, stare con Gesù non porterà nessun vantaggio mai, non è garanzia di successo nè di consensi, è semplicemente percorrere una strada, in salita, e scommettere con lui sulla causa del Vangelo.

suor Giuliana Imeraj

DIO PASSA E APRE ALLA VITA…

Continua il viaggio di Gesù nelle terre pagane, ritenute incapaci di accogliere la buona novella. Ma Gesù non rinuncia a passare e a fermarsi. Per lui non esistono pagani, stranieri, gente incapace di condividere il suo messaggio, dà piuttosto all’uomo, ad ogni uomo, la possibilità di scegliere, di aprirsi, di seguirlo.

Il suo passaggio gli ha procurato tanta fama, la gente ormai sa dei segni che compie e c’è chi diventa mediatore: “Gli condussero un uomo sordo e muto e lo supplicarono di imporgli le mani”. La guarigione di quest’uomo ha inizio in questo gesto, sono gli altri a portarlo da Gesù, a dare inizio a questo percorso di liberazione e di apertura. E Gesù non approfitta di questo momento per aumentare la sua fama, per confermare se stesso, non si procura una prova per poter poi confutare scribi e farisei. No, Gesù prende quest’uomo in disparte e attraverso gesti e parole lo “riapre” alla vita. Quasi a dire che ciò che guarisce è la relazione con lui, ciò che apre è il contatto diretto con il Signore. L’evangelista Marco riporta in maniera dettagliata i gesti di Gesù, non certo per fare di lui un mago, ma per dire alla comunità a cui è rivolto il suo Vangelo che Gesù è il Messia  e, che quanto ha detto il profeta Isaia si sta realizzando; ”Allora si schiuderanno le orecchie dei sordi…e griderà di gioia la lingua dei muti” ( Is 35,5-6).

“Effatà…Apriti” è l’invito per tutti: per i discepoli, per la folla, per il sordomuto, per la Chiesa, per noi. “Apriti” alla relazione salvifica, alla buona novella, ai gesti capaci di trasformare e agire in “disparte”. Il Vangelo chiude con l’invito di Gesù a tacere, ma come al solito viene disobbedito. La folla ha bisogno di commentare, parlare, diffondere la notizia: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e parlare i muti” .

Forse perché parlare è più semplice, più comodo… e tanto è l’entusiasmo intorno a Gesù. Chissà poi se  questo entusiasmo, questa euforia ha portato ad una reale adesione a Gesù, al suo stile, alla sua proposta di misericordia? Chissà se anche la nostra fede non è talvolta troppo piena di esaltazione,  ma non disposta ad una vera apertura

suor Giuliana Imeraj

Il legalismo e la freschezza del Vangelo.

 Il Vangelo di questa domenica si apre con una disputa innescata dai farisei e da alcuni scribi, gli esperti della legge, i cultori del sacro. Affrontano Gesù, salgono da Gerusalemme sulle rive del mare di Galilea, per Gesù luogo speciale di annuncio, terra aperta, laica, attraversata da genti diverse. Pongono a lui una questione: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» Tutta la loro attenzione è presa da questo culto violato e non riescono a stupirsi del nuovo che avanza, della realtà salvifica che Gesù introduce. Eppure avevano sentito, ascoltato Gesù e  probabilmente lo avevano visto guarire i malati che la folla portava anche sui lettini “e quanti lo toccavano guarivano” (Marco 6, 56).  Non hanno stupore, sono chiusi nei loro schemi e non sanno gioire per la vita restituita.   Hanno già le loro risposte e cercano solo conferme ad una religione ridotta ad una serie di norme e precetti da osservare, che diventano la misura del rapporto con Dio.

Gesù non annulla la legge di Israele, lo dirà con chiarezza: “Non pensate che io sia  venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma a darle compimento” (Matteo 5, 17-18). Ma prende posizione contro ogni tentativo di ridurre Dio, le norme e la liturgia a idolo…Un rischio, questo, grande per Israele, ma anche per ognuno di noi. L’idolo si possiede, è “la parte che il soggetto decide di vivere come il tutto” (Silvano Petrosino). La religione, il religioso, diventa idolo se ci distoglie dal volto del fratello…”Legano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (Matteo 23, 4-5).  E’ invece vero che religione autentica è lo sguardo puntato sull’altro e ce lo ricorda S. Giacomo: “religione pura e senza macchia…. è visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo”.

Gesù inaugura con il suo Vangelo questo nuovo rapporto con le cose perché “non c’è nulla fuori dall’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro” (Marco 7, 15); rivolge uno sguardo carico di tenerezza e misericordia sul fratello, che sia pubblicano o prostituta o immigrato o carcerato… ; ci rivela il volto di un Dio che è Padre e Madre che va al di là delle apparenze e ci offre una vita in abbondanza: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Questo Vangelo, che invita a rispondere al Dio che ci ama e ci salva, siamo chiamati ad annunciare. E “se tale  invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche” (Evangelii Gaudium 39).

Viola Mancuso, pme

21^ Domenica del tempo ordinario

PAROLA PER LA VITA

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Le parole di Gesù, a conclusione del “discorso del pane”, suonano dure, esigenti. Troppo. E molti dei discepoli “tornano indietro”, non se la sentono di rischiare la vita alla sequela di quel rabbi fuori dal comune, straordinario sì, ma pericoloso.

Gesù non abbassa il tiro, parla duro, ma chiaro…Il suo intento non è riscuotere successo, fare audience o proseliti, ma far maturare l’umano. Lascia all’altro la libertà di aderire, di scegliere, anche il male. Non alza la voce, non scaglia anatemi; parla in parabole, racconta storie perché chi ascolta possa aprire il cuore alla verità. Solo chi ama sul serio è capace di questa distanza, di accogliere anche il rifiuto. “Se vuoi…” dirà al giovane ricco (Matteo 19,21), “Volete andarvene anche voi?” ai discepoli disorientati. E in questo spazio di libertà e rispetto l’uomo può guardarsi dentro, ascoltare il proprio cuore e i desideri profondi ed essere capace di percorrere cammini di liberazione. Che rendono più umani, più autentici. Il Dio di Gesù non sa che farsene di una religione che “lega” l’uomo ai sacrifici e alle abluzioni, che sovverte l’ordine dei valori e il sabato diventa più importante dell’uomo, l’esterno più dell’interiorità, la legge più della misericordia.

La bellezza del Vangelo sta in questo essere proposta di vita che mai si impone, pena sconfessare se stesso e il suo Maestro. La “Bella Notizia” avanza per attrazione e non per proselitismo.

“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” Pietro e gli undici, anche se più tardi lo tradiranno, riconoscono che nessuno ha mai parlato come Gesù, con autorevolezza, con verità. Le sue parole attraggono, accendono il cuore, mettono in circolo energie, idee, creano relazioni. Ieri come oggi. “Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale, tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale” (Evangelii Gaudium 265).

Alla scuola del Vangelo possiamo imparare davvero l’arte preziosa di vivere e amare.

Viola Mancuso, pme

GESU’, MAESTRO DI UMANITA’

Il discorso che Gesù sta intrattenendo da qualche domenica nel capitolo 6 di Giovanni ora si fa più impegnativo, più radicale e accende con maggiore asprezza la controversia con i giudei. Essi sono sempre più disorientati e spiazzati dalle parole di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. “…Rigidi un po’ forse siamo, legati ai nostri schemi e ai nostri rituali anche, ma cannibali mai!”. Gesù parla di mangiare, azione umanissima, parla di pane, di carne, di cose che riguardano la vita degli uomini…Cosa hanno a che fare con Dio, con l’Onnipotente, con il tre volte Santo?                                                                                    I giudei sono così fermi nelle loro convinzioni, chiusi nei loro ragionamenti da non riuscire ad andare oltre il senso letterale delle parole di Gesù. Eppure, Gesù ci prova ripetutamente nei versetti di questa domenica, sette appena (vv. 51-58), in cui riprende a più riprese e a spirale lo stesso discorso. Li vuole guidare ad una comprensione più profonda, più autentica della vita, della fede; li vuole accompagnare nella conoscenza di un Dio che in Gesù non si lascia rinchiudere nei nostri schemi angusti, che è persona in carne, ossa, sangue. E per questo è relazione.

Il mangiare, verbo che ritorna otto volte nel Vangelo di oggi, non è solo soddisfare un bisogno primario, ma è un atto di comunione, di condivisione, di partecipazione. E’ relazione. Anche per Dio: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”… Si tratta di restare connessi con Gesù e ricevere la vita, l’energia, il dinamismo già ora, e per sempre. E in abbondanza.   Si tratta di condividere e imitare  i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue modalità relazionali…di vivere e credere come lui. In modo così profondamente umano, intenso, vero. “Fino alla fine”.  Non solo quindi nel banchetto eucaristico, nella Messa, dove quel “mangiare la sua carne e bere il suo sangue” si attuano nei segni del pane e del vino per mezzo dello Spirito. Ma nella liturgia quotidiana della vita a cui essa rimanda.

“Mangiare la sua carne e bere il suo sangue” è assumere la sua prospettiva esistenziale. E’ fare proprio il suo stile, la sua umanità, e renderci conto che abbiamo bisogno ogni giorno di metterci in cammino e invocare la sua grazia. Tu, Gesù, sei maestro di umanità per ogni uomo che voglia vivere la sua vita in pienezza. Insegnaci ad adorare “il Padre in spirito e verità”, a cercare cioè  Dio nella verità della nostra vita; e fa’ che impariamo da te ad aver cura dell’altro e ad abitare l’umano con pietà e tenerezza.

Viola Mancuso, pme

Su di noi

Nel nostro nome "Piccole Missionarie Eucaristiche" è sintetizzato il dono di Dio alla Congregazione. Piccole perchè tutto l'insegnamento di Madre Ilia sarà sempre un invito di umiltà, alla minorità come condizione privilegiata per ascoltare Dio e gli uomini.
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