È la domenica della gioia e della fiducia. Difatti il nostro cuore è assetato di felicità; la vorremmo a tutti i costi, ci affanniamo per averla, ci arrabbiamo quando non la sentiamo dentro di noi. La Parola di Dio nella liturgia di oggi – in questo cammino di Avvento, che è un cammino non solo di impegno, ma soprattutto di speranza – ci invita con forza alla gioia del cuore.

E allora, che cosa dobbiamo fare? È il grido che le folle rivolgono a Giovanni il Battista. È una domanda che molte volte mi pongo. Per essere il cristiano della gioia, cosa devo fare? È chiaro che, se noi ci guardassimo attorno, troveremmo delle risposte a volte scontate. La gente sostiene che, per riuscire nella vita ed essere gioiosi, bisogna avere più denaro, più potere, più soldi. Sempre di più.

Per essere cristiano, Giovanni suggerisce non un più, ma un meno o meglio vivere la nostra vita condividendo, non rubando, non essendo violenti. Ossia fare le cose di sempre, ma con grande umiltà, perché l’accoglienza nasce sempre dalle piccole cose. Giovanni ci invita a vivere il nostro lavoro ma in modo diverso, ossia con onestà, senza pretendere troppo dagli altri. Essere persone miti, anche se in un mondo di lupi. La vera gioia nasce dalle piccole cose di ogni giorno; chi è attento alle piccole cose, vive i grandi traguardi della vita. Non ha senso proclamare grandi cose, ma poi non riuscire a metterle in pratica. La gente stava pensando che fosse Giovanni il Messia, ma Giovanni subito interviene dicendo che arriverà il vero Messia e battezzerà con lo Spirito Santo e il fuoco: il giudizio e la salvezza insieme. Un fuoco che ti brucia, ti mette in crisi, scardina le tue sicurezze.
Lui, Giovanni, può solo sciogliere il legaccio dei sandali di Cristo, anzi non è nemmeno degno di questo.
È Gesù che setaccerà il grano per espellere la pula quale giudizio finale, invitando ogni uomo alla conversione.

Noi siamo invitati a rallegrarci sempre nel Signore perché, come dice san Paolo, la nostra gioia sia nota a tutti.
La fede cristiana è una gioia autentica e vera.
Non una gioia sciocca, perché scaturisce da un incontro vero con Gesù.
Una gioia che capisco a partire dalla sofferenza, perché la gioia si gusta maggiormente solo se si riesce a superare una fatica, una tristezza.
Solo in quel momento comprendiamo cosa significhi una conversione vera, capace di cambiare la nostra vita. Noi siamo persone profondamente amate da Dio, da Lui stimate e questo è il primo cammino di fede e di conversione. Siamo chiamati ad accogliere con gioia questo Dio.
Un Dio che viene a donare a tutti una lieta notizia, anche se stiamo vivendo realtà tristi e difficili e magari non sappiamo dove sbattere la testa specie in questi momenti di crisi. Perché viene in mezzo a noi il Dio della gioia.

Santa Maria, Vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell’aurora, le speranze del giorno nuovo. Ispiraci come Giovanni parole di coraggio. Amen.

don Franco Bartolino

Inizia per noi cristiani una “nuova avventura” di meditazione. Con la prima domenica di avvento si dà avvio all’anno liturgico e ci si immerge in un clima profondo di attesa del ritorno del Signore.

L’avvento è un periodo di tempo che dura circa 4 settimane. Dal latino ad-ventus, attesa. Esso ci cala sì nel ricordo di un passato (la prima venuta di Cristo) che diventa per noi storia della salvezza, ma ci proietta pure nel futuro, in quella seconda venuta di Cristo che, come un ladro di notte (1Ts 5,2) ritornerà nella vita di ognuno di noi. In realtà, il Vangelo proposto oggi alla nostra riflessione si apre su uno scenario apocalittico per evidenziare meglio il giorno della venuta del Signore, il giorno del giudizio, il tempo futuro, l’escatologia, cioè il tempo del ritorno del Figlio dell’Uomo.

L’apocalittica è un genere letterario sviluppatosi in Israele molti anni prima della venuta del Cristo; il libro del profeta Daniele, per esempio, ne risente molto di questo influsso che punta sul racconto di eventi terribili per raffigurare l’immensa potenza che si sprigionerà nel giorno della venuta del Signore. Ci sono quindi per noi cristiani, due tempi di avvento: uno in cui facciamo memoria della venuta di Cristo nella nostra carne, nell’umiltà della condizione umana e un altro, quello del ritorno glorioso di Cristo. Tra questi due momenti, ha vita la storia dell’uomo e del cristiano che attende con impazienza il ritorno del Signore (escatologia).

Questo termine che indica il discorso sugli eventi finali della storia e del mondo, ci fa pensare ad un tempo futuro ancora da venire, ma che è già presente in mezzo a noi; sappiamo infatti che il regno di Dio è già iniziato e che è già in mezzo a noi (Mc 1,14-15). Noi camminiamo già nella meta e non solo verso la meta; siamo immersi nella venuta del Signore in mezzo a noi e ne attendiamo il pieno compimento finale, quando lo vedremo faccia a faccia. Il Vangelo di oggi, allora, ci ricorda proprio questo: la venuta del Figlio dell’uomo tra le angosce, la sofferenza e le depressioni dell’umanità. Egli, il Figlio dell’Uomo, libererà l’umanità da tutte queste sopraffazioni, ridonandole la vera libertà dei figli di Dio.

Ma chi è il Figlio dell’Uomo? Nei Vangeli è citato ben 70 volte e, molte di queste, sono pronunciate proprio da Gesù. Questo titolo, indica sia l’umanità di Gesù e tutta la sua vicenda storica, sia Colui che detiene un potere eterno che mai tramonterà di un regno che mai avrà fine, come ci ricorda il profeta Daniele al cap. 7 (1° lettura di domenica, festa di Cristo Re). Per gioire della venuta di Cristo, però, dobbiamo imparare ad essere vigilanti e perseveranti nella preghiera, facendo dell’Amore l’unico scopo della nostra vita. Quando il Signore tornerà, non conterà le nostre opere buone, le nostre preghiere, ma ci chiederà quanto abbiamo amato e quanto Lo abbiamo riconosciuto nei poveri, nei sofferenti, nei bisognosi.

In questo tempo di avvento, diventi questo il nostro impegno: imparare ad amare come il Padre ci ama, per essere trovati pronti a partecipare della Sua eredità.

sr Simona, P.M.E.

In questa  seconda tappa dell’Avvento, la Chiesa ci presenta la figura  di Giovanni Battista e ci fa riascoltare il suo grido ruvido e sferzante: ”Convertitevi”. La voce che grida nel deserto ci richiama alla conversione del cuore. Gesù continuerà in questa linea; l’opzione per il Regno vorrà dire spogliamento di sé, rinuncia ad ogni forma di orgoglio, disponibilità agli impulsi dello Spirito. L’uomo che desidera  seguire Gesù, che vuol vedere la salvezza di Dio, è chiamato a fare il vuoto dentro di  sé. L’itinerario che deve percorrere nella sua vita, come pure il cammino di tutta l’umanità, non ha la  scorrevolezza delle moderne autostrade.

Quella di Gesù è la strada più ardua; una strada che passa attraverso la croce, ma è l’unica che porta a Dio. In Gesù la via dell’uomo e la via di Dio si incontrano. Non c’è altra strada per giungere a Dio che seguire i passi di Cristo; solo così l’uomo non cammina nel buio e nell’incertezza. Percorrere la strada di Cristo vuol dire incontrarsi con Lui, scegliere l’impegnativa strada dell’amore e della giustizia.  Partecipare all’Eucaristia significa diventare pane per gli altri, come Cristo lo è per noi: significa donare la vita per far crescere intorno a noi l’amore e la giustizia, il sorriso e la speranza.La vicenda di Giovanni si svolge nel deserto, luogo in cui è possibile semplificare la propria esistenza, passando attraverso il vaglio della solitudine, che non è fine a se stessa, ma condizione indispensabile a cui Dio ci conduce perché possiamo ascoltare meglio la sua voce. Dopo aver vissuto nei luoghi solitari dell’infanzia, divenuto voce della Parola, Giovanni percorre tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per la remissione dei peccati. Egli chiama con forza  a ritornare a Dio, attraverso un cambiamento di mentalità, capace di tradursi in gesti concreti.

Il cristiano è chiamato a preparare ogni giorno una strada nel proprio cuore, abbassando i monti del proprio orgoglio e colmando i burroni della propria disperazione. Questa dura lotta ha un unico scopo: giungere a comprendere che il desiderio profondo di Dio è la salvezza di tutti gli uomini, quell’evento che si compirà pienamente con la venuta del Signore alla fine della storia.  Per noi, che ancora siamo in attesa della sua venuta nella nostra vita, Giovanni  annuncia la salvezza che sta  per compiersi nel Figlio dell’Uomo; egli precede chiunque crede in Cristo e la sua forza conduce gli uomini ad appianare le asperità dei loro cuori, richiede di essere pronti ad accogliere la venuta del Signore nella concretezza del vissuto quotidiano, nel tessuto delle relazioni.

Ciascuno di noi deve diventare voce della  parola che è Cristo. E come la Parola di Dio spinge Giovanni ad andare ne deserto, così spinge ciascuno di  noi ad uscire dalla vita di sempre, per lasciarci guidare dalla sua luce, per saper cogliere, nella quotidianità,  la novità di Dio, che ancora una volta viene per salvarci.

sr Annafranca Romano

Si avvicina la fine dell’anno liturgico e il Vangelo ci dice proprio dove andremo a finire; è bello saperlo, perché dice il senso del nostro cammino e ci presenta il quadro finale della storia umana. Siamo sinceri: molti di noi pensano che finirà male, per questo abbiamo paura e portiamo con timore il conto dei nostri giorni perché poi, dopo, è la fine. Invece questo Vangelo è fondamentale per la nostra fede ci fa vedere il termine di tutta la storia e il termine della nostra storia personale come un incontro col Signore. Significa che non andiamo verso il nulla.

Il finale è la raccolta di tutti i giusti nel Regno del Padre, nella comunione con Dio. Per spiegare questo ultimo tempo, Gesù usa il linguaggio apocalittico, ma avverte i suoi a non volerne conoscere il momento. Conta solo essere pronti, stare in attesa, come se ogni giorno fosse il penultimo rispetto alla venuta del Signore. Il “disfacimento” drammatico dell’universo dice la sua fragilità e la radicale dipendenza dal Creatore: il cosmo è destinato a finire e nel suo destino ci sono guerre, terremoti, fame e desolazione. Le costanti tragedie della vita e della storia, tutto il male sarà inghiottito per sempre; finalmente apparirà la salvezza di Dio.

Dietro lo sconvolgimento del cosmo c’è un annuncio di speranza e di salvezza: l’ultima parola non è del male, ma di Dio. Questa è la visione cristiana della storia. Le lotte e le difficoltà sono come le doglie del parto della nuova creazione.

Il tempo che ci rimane non è neutro, né secondario; è carico di responsabilità perché è gravido della promessa che si realizza nella fedeltà alla Parola. Il discepolo non deve sapere altro; gli basta essere sicuro della parola del Maestro perché “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Noi sappiamo cosa dobbiamo fare. E questo ci basta! La fatica non è inutile, perché sappiamo la direzione, il fine: Gesù, il crocifisso-risorto, il Signore.

Il messaggio, allora, è un messaggio di grande speranza: la storia, sia quella mondiale con tutti i suoi sconvolgimenti provocati dai potenti di turno, sia la nostra personale, spesso sconvolta da quei piccoli e grandi potenti che hanno la pretesa di dominarci e di sfruttarci in mille forme e in mille maniere, è comunque una storia passeggera. Deve terminare e terminerà, e non è certo necessario aspettare la fine del mondo perché finisca la strategia del terrore dei potenti di turno. Ciò che non terminerà è la presenza di Dio nella storia. Per questo, occorre fiducia. Non è necessario interrogarsi sul quando o sul come, sul giorno o sull’ora dell’intervento di Dio nella storia, perché questo fa parte del suo disegno.

A noi, riconoscere i segni dei tempi con la saggezza dell’agricoltore, che dai rami e dalle foglie è in grado di riconoscere l’arrivo della buona stagione. E il frutto della buona stagione di Dio è la nostra salvezza!

don Franco Bartolino

Oggi, XXXIV domenica del tempo ordinario, si celebra la Solennità di Cristo Re dell’Universo e con essa la conclusione dell’anno liturgico.

L’evangelista Giovanni, nel brano che la liturgia oggi ci offre, 18,33b-37, ci porta nel Pretorio di Gerusalemme dove avviene il dialogo tra Gesù e Pilato. E’  il dialogo tra due logiche, quella divina e quella umana. La logica umana che ci abitua a pensare alla regalità come sinonimo di potenza e di gloria, viene messa di fronte alla logica divina che ci presenta un re senza potere, un re povero, un re che si mette al servizio dei più piccoli, un re appeso ad una croce, cinto da una corona di spine che è così trasfigurato tanto da avere bisogno di un cartello che ci indichi chi sia: “Gesù Nazareno Re dei Giudei”.

Si tratta di una regalità scomoda, poco comprensibile ai nostri occhi fino a quando non la guarderemo e la assumeremo con gli occhi dell’amore che considerano quella croce come segno estremo di una vita che si fa servizio e dono. Qui la prospettiva è capovolta: la storia non è guardata dal punto di vista dei potenti, ma da quello dei più piccoli. Come in tanti altri momenti il racconto biblico mostra come Dio operi nella storia a partire da quelli che sembrano gli ultimi, le persone inutili, i servi, i bambini, gli umili. Questo è il nostro re, il nostro Dio!

Chiediamo a Lui di concederci di riconoscere la sua regalità non solo a parole, ma facendo crescere in noi e tra di noi il suo regno, mettendo Lui al centro del cuore e della mente, per essere nel mondo testimoni della Sua presenza.

Sr Maria Assunta Cammarota